Caro carburanti di nuovo pesante: la benzina sfiora i 2 euro al litro sulla rete stradale e arriva a 2,059 euro in autostrada, mentre il diesel viaggia a 2,161 euro sulle strade normali e tocca 2,228 euro in autostrada. Dietro l’impennata c’è la nuova crisi nel Golfo che sta spingendo verso l’alto il costo dell’energia e, in modo diretto, quello dei rifornimenti.
Sommario
Quanto costa oggi un pieno, tra strada e autostrada
In tre settimane l’effetto del caro carburanti si è fatto sentire: il gasolio è salito di 27,9 centesimi al litro sulla rete ordinaria e di 26 centesimi in autostrada, mentre la benzina è aumentata di 16,5 centesimi. Tradotto in pratica: un pieno di diesel costa oggi circa 14 euro in più rispetto al 3 luglio scorso, quando è scaduto l’ultimo taglio delle accise, e un pieno di benzina costa 8,25 euro in più. Sono cifre che, specie ora che ci si avvia verso l’esodo estivo, iniziano a diventare pesanti sul bilancio familiare.
Il conto complessivo lo ha fatto la CNA: dall’inizio del conflitto famiglie e imprese avrebbero già pagato oltre 4,5 miliardi di euro in più per benzina e diesel rispetto ai prezzi pre crisi. Solo nei primi 24 giorni di luglio, in pieno esodo estivo, l’aggravio ha sfiorato gli 850 milioni e potrebbe arrivare a 1,1 miliardi entro fine mese.

Caro carburanti: perché i prezzi salgono, dal Golfo al gas
La tensione nello stretto di Hormuz ha rimesso in moto le quotazioni delle materie prime energetiche in un mercato che in parte è conseguenza diretta del prezzo del petrolio, in parte ha anche una componente speculativa. Il petrolio Brent è tornato a salire e viaggia poco sopra i 93 dollari al barile, in netto rialzo rispetto ai mesi più tranquilli. Lo stesso vale per il gas: ieri al mercato di Amsterdam ha chiuso in rialzo del 2,7% a 63,6 euro al megawattora, e dall’inizio del mese ha guadagnato oltre il 50%, partendo dai 40 euro del primo luglio. Quando salgono greggio e gas insieme, il rincaro alla pompa arriva puntuale e si ripercuote anche su tutto il resto, dall’elettricità (in Italia la produciamo ancora con il gas per più del 50%) alle merci che viaggiano prevalentemente su camion.
L’Italia resta in balìa di crisi come questa perché non ha lavorato come altri Paesi europei per mettersi al riparo investendo su un piano di lungo termine. La Spagna, ad esempio, diversi anni fa ha puntato sulle rinnovabili in modo massiccio e, quando sono arrivate le crisi, si è trovata con una produzione di energia rinnovabile che le ha permesso di non essere dipendente dagli aumenti del gas. La Francia, invece, ha il nucleare ormai da tempo, e quello consente di avere energia pulita a bassissimo costo.
In Italia, a prescindere dal governo, si è sempre guardato all’immediato e non si sono fatti investimenti strutturali. Il motivo? La nostra classe politica guarda alla poltrona e nessuno ha il coraggio di fare oggi un investimento che avrà i suoi benefici tra 10 o 15 anni perché rischiano di far raccogliere il merito al governo successivo o quello dopo…
Caro carburanti: cosa può fare il governo e cosa sono le accise mobili
Per correre ai ripari ieri c’è stato un vertice a Palazzo Chigi tra la premier Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Al momento non c’è ancora nulla di deciso, ma sul tavolo c’è il meccanismo delle accise mobili, quello che l’opposizione chiede di attivare da tempo. Funziona così: permette di abbassare le tasse sul carburante usando le maggiori entrate IVA generate proprio dai rincari. È già previsto da un decreto del 2023 e prevede che il ministero dell’Economia, insieme a quello dell’Ambiente, possa ridurre le accise una volta accertato con il monitoraggio un aumento stabile dei prezzi.
Il punto è che l’effetto sarebbe marginale: si stima un taglio massimo di 6-7 centesimi al litro, poca roba rispetto ai rincari visti in queste settimane (per i prezzi c’è la piattaforma ufficiale del Mimit).
L’alternativa è abbassare direttamente le accise, come fatto nei mesi scorsi. Si tratta di una mossa più efficace, ma anche più costosa perché sottrae soldi allo Stato e va finanziata. L’ultima operazione di taglio delle accise dei mesi scorsi, secondo le stime, è già costata circa due miliardi di euro.
Sullo sfondo resta il piano sulla sicurezza energetica da 14 miliardi, già passato al vaglio dell’Ue, con misure su cattura della CO2, bacini idroelettrici, reti elettriche intelligenti, pompe di calore ed efficienza degli edifici pubblici. Ma se ne riparlerà in autunno.






